La piccola Miss Universo - 13 gennaio 2017

Riportiamo un racconto pubblicato su “Esquire” nel lontano 1934: a noi piacciono i cavalli, ma gli scommettitori anche di più…


LA PICCOLA MISS UNIVERSO, di William Saroyan

( Versione Pdf)

Alla Kentucky Pool Room, al numero uno dell’Opera Alley, in San Francisco, c’erano tre autorità in fatto di cavalli.

Mr. Levin, un grasso signore sui cinquant’anni, che veniva affettuosamente chiamato il Barile; San José Red, un sessantacinquenne esile e nervoso; e un giovanotto ben vestito, di vent’anni, noto con il nome di Willie.

Quei tre signori conoscevano la razza equina meglio di qualsiasi altro gruppetto di tre persone che esistesse al mondo. Anzi, qualcuno aveva insinuato che la conoscessero meglio degli stessi cavalli. Nondimeno, erano quasi sempre al verde. Ciascuno di essi teneva un accurato rendiconto di quello che avrebbe intascato se avesse avuto il danaro necessario per giocare e la vincita, che ogni giorno era strabiliante, in capo a un mese toglieva il respiro.

Se Willie, tanto per dare un esempio, un mese prima avesse avuto un dollaro da puntare sul muso di Panther Rock adesso sarebbe stato possessore di… (volendo essere esatto egli apriva un taccuino pieno di cifre scritte con grande nitidezza) … diecimila, duecento ottantatre dollari e quarantacinque cent.

E vi assicuro – soggiungeva Willie – che saprei come impiegarli.

Willie aveva un suo sistema. Osservava i cavalli in ogni corsa e sceglieva quello che era sempre arrivato ultimo. Quel cavallo – spiegava – ha battuto la fiacca. Ha sempre percorso la pista come uno spettatore, guardando la corsa da una posizione privilegiata. Anche i cavalli devono rompere la monotonia. Vincerà per noia. Sua madre era Ella Faultless, e sapete anche voi quello che ha fatto.

– No, – diceva qualcuno – Che cosa ha fatto?

– Beh – rispondeva Willie- cinque anni fa partì venti volte senza riuscire a piazzarsi. Correva bene, ma senza sforzarsi. Poi, all’improvviso, si risvegliò e vinse sei corse, una dopo l’altra.

Willie volgeva attorno lo sguardo ai visi dei suoi ascoltatori con una espressione di profonda saggezza, come se lui solo fra tutti i mortali avesse avuto per divina concessione la possibilità di misurare tutto il valore di un simile trionfo.

– Bang! – diceva pieno di emozione.

– Uno.

– Due.

– Tre.

– Quattro.

– Cinque … Sei!

– Una dopo l’altra, pensateci un po’! – e pronunciava numeri distintamente, espellendoli dalla bocca con la precisione della gallina che fa l’uovo.

– Qualcosa doveva averla fatta impazzire – osservò un giovane giocatore chiamato Blewett, che di professione faceva il barbiere.

Al che Willie, con un sorriso confidenziale, ribatteva: – Proprio così, qualche cavallo l’aveva fatta impazzire. Noi non possiamo sapere certe cose, perché non figurano nei bollettini delle associazioni per l’incremento della razza equina. Ma è indubbio che un cavallo può farne imbizzarrire un altro. Vi ricordate di Mr. Goofus? Che bella bestia!

– Che cosa fece? – domandò il giovane Blewett.

– Quello era un cavallo! – diceva Willie, e si fermava a riprender fiato, in previsione dell’importante dichiarazione che stava per fare. – Era un cavallo quasi umano.

– Ridicolo, – diceva D. L. Conrad, un contabile che aveva fornito informazioni a molti dei suoi amici nella sala del totalizzatore. – Chi mai ha udito una cosa simile? Come fa un cavallo a essere quasi umano?

– Lascia che mi spieghi, – rispondeva Willie con l’imperiale condiscendenza di un duca che si rivolgesse a un servo della gleba. – La competizione è uno stato caratteristico della personalità umana, non è vero? Voglio dire che l’uomo è portato sempre a combattere. In campo atletico, in commercio. Nella vita …

– Questo lo riconosco, – rideva D. L. Conrad. – Ma che cosa c’entra questa considerazione con Mr. Goofus, o come diavolo si chiamava?

– Un momento- ribatteva Willie impaziente. – Se mi lasci parlare, lo saprai subito. Dicendo che Mr. Goofus era quasi umano, intendo dire proprio che quel cavallo aveva un’anima da uomo. Insomma, era maligno. Era aggressivo e prepotente. Se, quando era in testa, un altro cavallo tentava di superarlo, Mr. Goofus si voltava e lo mordeva. Il fatto di esser sorpassato lo faceva infuriare. Non poteva sopportarlo. Naturalmente, lo squalificarono due o tre volte, ma la cosa non aveva importanza. Gli altri cavalli erano spaventati e non accadeva spesso che tentassero di passargli avanti. Aveva un occhio terribile, a quanto si diceva, uno sguardo e tutto era finito. Mr. Goofus vinse una quantità di corse, battendo cavalli molto più veloci di lui.

Bisognerebbe tener conto della personalità dei cavalli; invece gli organizzatori delle corse a ostacoli si dimenticano quasi sempre di prendere in considerazione anche il fattore psicologico. Esiste una psicologia equina. È inutile ragionare all’antica. Non c’è neppure un cavallo da corsa che non abbia un albero genealogico migliore dell’essere umano medio. Come pensare che animali simili resistano a lungo senza incivilirsi? Dopo un certo periodo di tempo debbono per forza diventare scaltri.

– Sciocchezze! – disse Conrad ridendo. – I cavalli non sono altro che cavalli. Dimmi chi vincerà la terza corsa ad Arlington e berremo un boccale di birra insieme.

– Io non do informazioni, – rispose Willie altezzosamente. – Mi piace Miss Universo.

Conrad fece il viso scuro. – Ma come! – disse. – Quella cavalla è partita undici volte in questi ultimi mesi e non è mai arrivata più che sesta!

– Lo so, – disse Willie – conosco i precedenti. Nondimeno mi piace.

– Io punto su Polly’s Folly, – disse Conrad. Era la favorita e aveva ancora cinque possibilità di vincere su sei, mentre le probabilità di Miss Universo erano una a venti.

Tuttavia, Willie disse: – Ti auguro buona fortuna.

Poi, sedutosi a una tavola, tirò fuori matita e taccuino. Sotto l’intestazione Cavalli stanchi, scrisse il nome di Polly’s Folly. La lista comprendeva anche il grande Equipoise. Secondo l’umile parere di Willie, quei cavalli erano stanchi di tutto: di vincere, di correre, dell’intero sistema di vita in generale. Sarà bene dire, comunque, che Willie, essendo un individuo superiore per natura, detestava i cavalli di classe superiore e prediligeva quelli che venivano disprezzati dalla maggior parte degli scommettitori. Lui solo, ad esempio, su milioni di persone che scommettevano sui ponies, riponeva le sue speranze nel trionfo finale della cavalla di due anni Miss Universo.

Per Willie, essa non era soltanto una cavalla, era un essere elevato, spirituale, quasi mistico. La vittoria di Miss Universo avrebbe segnato anche la sua vittoria. Era la sua cavalla prediletta quella: l’amava appassionatamente. Per ciascuna delle disastrose sue prove, egli aveva una scusa speciale, un alibi psicologico. Inoltre, il nome era bello, poetico. Nessun’altra cavalla nella storia dell’ippica aveva avuto un nome cosi stupendo. Una cavalla di quel genere non poteva continuare a perdere. Sarebbe stato contrario alla logica.

Mr. Lewin, detto Il Barile, aveva un altro sistema, in apparenza più complicato di quello di Willie, ma anche molto meno sagace.

Il sistema di Willie era centrifugo, si espandeva dall’interno verso l’esterno, partendo dal cervello, dall’anima, dalla personalità del cavallo. Fulcro del sistema di Mr. Levin era l’immenso panorama della terra. Per lui i cavalli non erano che burattini, indifesi e un po’ sciocchi. Il suo desiderio era quello di scoprire gli oscuri segreti dei proprietari, dei fantini e degli scommettitori più perspicaci. Il suo sistema prendeva in considerazione tutti i fattori materiali riguardanti una corsa: la distanza, il peso e l’intelligenza del fantino, le tendenze del proprietario e dell’allenatore di quel certo cavallo, il tempo che faceva nella località dove si tenevano le corse, il clima dello Iowa, il numero degli spettatori presenti nell’ippodromo, i furgoni o i piroscafi di viveri che arrivavano in città, i lavori dell’Amministrazione Nazionale Perdite e Ricuperi, le condizioni del proprio stomaco e la somma di danaro in possesso della persona che aveva dato l’informazione.

In breve, calcolava tutto.

Mr. Levin era un monotono realista, mentre Willie era un mistico.

Il che mi conduce a prendere in esame in questo documento (poiché di un documento si tratta, come dimostrerò in seguito) anche il caso di Mr. San José Red.

Ho già detto che era un individuo esile, nervoso, di sessantacinque anni: ma non dovete credere che fosse vecchio, perché non lo era affatto. (Una volta, un giovanotto che innocentemente lo aveva chiamato «papà», si senti rimproverare con sdegno quella mancanza di delicatezza. – Non chiamarmi papà, – disse San José Red, – Non mi piace. Ogni giorno esco da questo locale con cinquecento dollari in tasca.)

Era un’esagerazione prossima all’assurdo, ma evidentemente San José Red era convinto che un uomo capace di vincere alle corse non potesse essere vecchio. Aveva una figuretta sottile da ragazzo, la voce da ragazzo e, ahimè!, anche il cervello da ragazzo. Era irlandese, aspirava il fumo della pipa con aria diffidente e andava facilmente in collera. Raccontava fantastiche frottole, una dopo l’altra, in perfetta innocenza, senza peccare, poiché era il primo a credere alle sue più madornali menzogne. A nessuno constava che avesse mai posseduto un centesimo. Tuttavia, continuava a ripetere coraggiosamente che le sue vincite settimanali ammontavano per lo meno a cinquecento dollari netti. E quando qualcuno lo faceva incollerire a sufficienza, arrivava, come già ho detto, ad affermare di guadagnare quella somma ogni giorno. Generosamente incurante del danaro, lanciava attorno a sé cifre iperboliche con la disinvoltura dello spendaccione nato. Sul suo conto non si sapeva nulla di preciso, sebbene, dato il suo nome, sembrasse probabile che avesse vissuto a San José o in quei pressi, nella Santa Clara Valley, novanta chilometri a sud di San Francisco.

Anche San José Red aveva un sistema della cui bontà era convinto, nonostante tutti i frequentatori del Kentucky Pool Room ne ridessero allegramente. Dopo ciascuna corsa, scribacchiava in gran fretta il nome del vincitore sopra un cartoncino; poi, con quel documento in mano, si precipitava tra la folla, grugnendo selvaggiamente, ma con un beato sorriso sulla magnifica faccia irlandese: – Avete visto? Ha vinto Black Patricia! Che cosa dicevo io? Ne ero certo sin da ieri! – E andava in cerca di altri sconosciuti per parlare loro delle eccezionali somme che intascava ogni giorno.

Questo sistema è infallibile, anzi, è molto più che infallibile, poiché non si è mai verificato il caso di una corsa nella quale non risultasse vincitore almeno un cavallo. Considerati tali precedenti, bisognerà definirlo un ottimo sistema filosofico (e forse anche scientifico), di modo che a San José Red competerà il merito di essere insieme scienziato e filosofo – una specie di Albert Einstein che abbia qualche punto di contatto con Oswald Spengler, Walter Lippmann e, per buona misura, con l’Associated Press.

La sua filosofia poggia su basi positive: si aspetta che una cosa sia avvenuta, poi si dichiara avvenuta. Non si può sbagliare: scienza, statistica, documenti legali, tutto conforta la vostra tesi. In fondo, è l’unico sistema fra tutti quelli noti all’uomo che valga quattro soldi; per adottarlo, però, bisogna essere sprovvisti di immaginazione: oppure, come San José Red, credere nel moto retrogrado degli eventi. In lingua povera, bisogna confondere il risultato di un avvenimento con lo stato di cose immediatamente antecedente a tale risultato. Oppure, in parole ancora più povere, bisogna avere sessantacinque anni ed essere irlandesi, squattrinati, delusi, in collera con il mondo. Bisogna essere capaci di concedere a se stessi tutte le probabilità favorevoli, un milione contro uno, oppure, per usare cifre che di solito si riferiscono soltanto al tempo luce, sessanta trilioni contro uno.

Adesso, forse, starete accorgendovi che questo è davvero un documento, profondo, interessante, meravigliosamente ricco di contenuto. A beneficio del lettore poco sagace e dei bambini, farò presente almeno uno dei suoi impliciti significati.

Il giocare d’azzardo e, fra l’altro, il giocare alle corse di cavalli, costituisce un modo di vivere. La maniera di giocare scelta dall’individuo ce ne indica il carattere oppure la mancanza di carattere. In breve, il gioco d’azzardo è una filosofia, proprio come le corride – secondo quanto ci ha fatto osservare Hemingway con cinquecento pagine di stampa a minuscoli caratteri e due o tre dozzine di fotografie.

Naturalmente anche il mio documento sarebbe più completo se potessi corredarlo con fotografie di San José Red, Mr. Levin e Willie, ritratti in diverse pose ed in vari momenti cruciali.

Mi piacerebbe mostrarvi, ad esempio, la fotografia di San José Red in atto di sventolare freneticamente il nome del recente vincitore; oppure quella di Mr. Levin che, ritto in umile atteggiamento dietro il colossale suo ventre, insegna a un ragazzino di diciotto anni come si scommette sui ponies; o anche quella di Willie mentre, nel suo abito da dieci dollari, stirato con somma eleganza, disserta sulla complicata struttura del cervello equino: ma purtroppo non sono in grado di farlo.

Non che quegli uomini siano creature immaginarie (potrete accertarvi della loro esistenza recandovi un giorno al numero uno di Opera Alley), ma la luce nella Kentucky Pool Room è fioca e la mia macchina fotografica giace da tempo al monte di pietà.

In pratica, a questo punto il mio documento dovrebbe avere termine, ma un finale simile sarebbe troppo ingenuo. I lettori protesterebbero presso l’editore, ci sarebbe forse qualcuno che rinuncerebbe all’abbonamento. – Che razza di racconto è questo? – direbbero. – Non c’è intreccio, non ci sono avvenimenti salienti, non c’è pathos: non vi accade nulla di avvincente.

D’accordo. Fabbricherò un intreccio. Costruirò avvenimenti e pathos, susciterò l’interesse dei lettori. (Badate bene, nella Kentucky Pool Room non accade mai niente. Si fanno scommesse, qualche fortunato vince e alla resa dei conti tutti si ritrovano in perdita. Questi sono i fatti. Ogni giorno Willie, Mr. Levin e San José Red vi si recano ad aspettare i risultati delle corse, ma di straordinario non succede mai niente di niente, cosicché, se sono costretto a inventare una panzana, la colpa non è mia, ma soltanto dell’arte).

Ecco dunque Willie seduto a un tavolino. La prossima corsa è la terza ad Arlington. Mr. Levin arrotola una sigaretta con cartina e tabacco presi a prestito. Intanto sta dicendo all’uomo da cui si è fatto dare il tabacco che la corsa sarà vinta da un cavallo chiamato Wacoche. – Vincerà per sei lunghezze, – afferma, l’animo pieno di solitudine e di tristezza.

San José Red è invisibile. Arriverà puntualmente dopo la corsa. Nessuno sa dove si rechi negli intervalli, ma il fatto è che rimane sempre invisibile sino al momento in cui viene proclamato il vincitore.

Lasciamo per un poco le cose al punto dove si trovano.

Chiunque può capire, senza bisogno d’aiuto, che ho la possibilità d’inventare qualsiasi genere e numero di storie. Potrei dire, ad esempio (come un giovanotto una volta raccontò a proposito di se stesso), che Willie in un momento d’ozio introdusse pollice e indice nella tasca superiore della giacca e, con un improvviso batticuore, vi trovò una pesante moneta, la quale risultò poi essere un mezzo dollaro autentico.

Potrei continuare la narrazione dicendo che Willie si precipitò dall’allibratore Smithy, per puntare l’intera somma su Miss Universo, e che Miss Universo quasi risvegliata a nuova vita, vinse la corsa introducendo così nelle tasche dei pantaloni bene sti-rati di Willie la ragguardevole somma di dieci dollari.

E potrei far datare da questo momento la fortuna del protagonista, rendendolo in meno di una settimana possessore di quattrocentosessantadue dollari e undici centesimi.

Poi, sempre per amore dell’intreccio, potrei narrare che egli amava una bella stenografa, la quale non avrebbe mai acconsentito a sposarlo sin che non avesse avuto danaro sufficiente per la licenza matrimoniale e un anellino da poco prezzo.

Quanto a Mr. Levin e San José Red, potrei inventare ogni sorta di fatti avvincenti, elettrizzanti, ma sono incapace di farlo. Perdonatemi, non so mentire, nonostante Kipling abbia affermato che lo scrittore non può essere menzognero in quanto, anche quando racconta cose non vere, inconsciamente scopre verità ancor più profonde. Ma a proposito di questi uomini non posso escogitare frottole. Le loro storie sono eccitanti; cerchiamo di accontentarci del lato romantico che pateticamente si nasconde anche nelle verità meno lusinghiere.

E torniamo a bomba. È giovedì pomeriggio: sono le due e qualche minuto. Fra sei minuti ad Arlington avrà inizio la terza corsa.

Questa è la preparazione.

E ora comincia il divertimento.

Me ne vado a zonzo nella Terza Strada, giovane scrittore dall’aspetto melanconico, in cerca di materiale per una novella. È una bella giornata calda di sole e persino i poveri derelitti di questa squallida via sembrano riflettere sui volti non rasati la luminosità del cielo. All’improvviso, sto svogliatamente mangiando una pesca della California, mi vien fatto di notare tre uomini che in rapida successione varcano la soglia di una porticina sulla quale è apposta l’insegna « Circolo Maschile Cairo». Nella loro premura v’è qualcosa di bizzarro, tanto che decido di vedere dove siano diretti e per quale motivo. Dopo meno di mezzo minuto, un altro uomo entra veloce e impaziente in quello stesso circolo. Poi, eccone un altro, e un altro ancora. L’ultimo sembra dominato da una fretta terrificante e con piglio nervoso fa saltellare nella mano destra due monete. Dopo averlo seguito al galoppo per un breve tratto, mi ritrovo quasi sulle sue calcagna, in uno stretto corridoio invaso dalle tenebre. Superiamo due curve, apriamo altrettante porte e finalmente usciamo nella oscurità di un ristretto passaggio pavimentato che si stende fra le stanze dal n° 350 in su dell’Albergo Winchester e gli stessi numeri dell’Albergo Westchester.

Siamo in Opera Alley!

Appena letta l’insegna Numero Opera Alley sulla porta girevole della Kentucky Pool Room, mi affretto a entrare.

Nel vasto stanzone buio e quadrato ci sono cinque tavole, quattordici sedie, sei panche, tredici sputacchiere; oltre, beninteso, sessanta uomini, ivi compresi Willie e Mr. Levin (quanto a San Josè Red, come già ho detto, in questo momento non è rintracciabile).

Io, lo scrittore, mi trovo in mezzo a loro. Capisco che Mr. Levin desidera spasmodicamente di trovare qualche segreto informatore. WiIlie, invece, è seduto a una tavola, impeccabile, il suo volto splendente rivela l’assoluta deficienza di carattere, il suo essere è tutta una sintesi della più aggraziata mancanza di scopi. Nondimeno, siccome è la persona meglio vestita della sala, vado a sedermi al suo fianco.

Fra quattro minuti e dodici secondi, Miss Universo, insieme con altri sette cavalli, si slancerà al galoppo sulla pista di Arlington Park a Chicago.

Non c’è tempo da perdere, ma io ignoro tutto a proposito di cavalli e di corse dei medesimi.

Per quindici secondi dalle labbra del mio vicino non esce una parola. (Su dieci scommettitori, nove hanno l’abitudine di parlare da soli; Willie è diverso dagli altri). Alla fine mi decido a offrirgli una sigaretta.

– Grazie, – mi risponde. – Non fumo.

Sono stupefatto. Che carattere! Che disciplina! Non fumare in questa atmosfera di speranze, di timore, di spirituale inquietudine! Sembra incredibile.

Sebbene mi renda conto di ciò che sta accadendo, penso bene di rivolgere a Willie una domanda, tanto per avviare la conversazione:

– Avete un’idea di come vadano le cose qui dentro?

A quelle parole egli mi guarda, improvvisamente trasformato. Nei suoi occhi vedo nascere un’immensa speranza. Io sono, per dirla in breve, un neòfita e Willie pensa che forse, alla fin fine, potrà scommettere su Miss Universo … con il mio danaro. Nondimeno è buon attore.

– Chiedo scusa. Non ho capito, – dice con eleganza.

Ripeto la domanda e WiIlie mi espone la storia delle corse, i trucchi dei proprietari, le abitudini dei fantini, le idiosincrasie dei cavalli, l’avventatezza della maggior parte degli scommettitori. E, nonostante parli con l’aria di chi ha molto tempo a sua disposizione, riesce a fornirmi tutte queste informazioni in meno di venti secondi. È un vero purosangue.

Nel frattempo, io ho portato alla tasca del panciotto, la destra e la sento tremare di timidezza nel contatto con il mio ultimo dollaro, quel dollaro che dovrebbe servire a riempirmi di alimenti lo stomaco per un’altra settimana.

Ma ormai ha preso piede in me una profonda fiducia nell’onnipotenza mistica di Willie e ardo dalla bramosia di farlo scommettere per me.

– In questa corsa c’è una cavalla, – lo sento annunciare, – che è quasi umana. Odia perdere: la sconfitta le infrange il cuore. È figlia di Lady Venus e di Wop. Immagino siate al corrente di quello che seppe fare Lady Venus.

Naturalmente, non ho la minima nozione in merito, e lo dico subito.

Tutto, – dichiara Willie. – Seppe fare tutto.

Ebbene, – domando io, – come si chiama questa cavalla?

Willie si curva a bisbigliarmi nell’orecchia, in modo che il felice annuncio non giunga ad altri. – Miss Universo, – risponde con voce appassionata.

« Dio, che bel nome! », penso, e un attimo dopo mi avvedo di aver consegnato a Willie il mio ultimo dollaro. Con un balzo egli raggiunge il banco dell’allibratore, giusto in tempo per scommettere su Miss Universo. Infatti Smithy ha appena finito di scarabocchiare i termini della scommessa su un foglio, che la corsa comincia.

Come vedete, tutto si è svolto con precisione matematica.

Ed ora eccomi qui nella Kentucky Pool Room, mentre, a tremila chilometri di distanza, otto cavalli, fra i quali si trova Miss Universo, stanno correndo intorno a una pista. Al mio fianco; Willie continua a sperare con religioso fervore.

«Un bel nome! », penso io. «Un nome stupendo! ».

L’addetto al telefono strilla: – Al primo quarto, sono in testa Stock Market, Dark Mist, Fiddler! – Ciò significa che questi cavalli precedono tutti gli altri, nell’ordine indicato.

Willie è pallido.

Io lo sono ancor di più. – Sarà quarta, – dice WilIie. – È partita male, ma poi rimonta. – E, sopraffatto dall’emozione per un istante, urla a se stesso: «Avanti Miss Universo! »,

Io lo imito.

L’impiegato al telefono annuncia: – A metà percorso: Stock Market, Dark Mist, Fiddler.

Willie è pallidissimo. Io lo batto per una sfumatura.

Sua madre, – mi bisbiglia, – perse undici corse prima di vincerne una. Questa è l’undicesima corsa di Miss Universo. Vedrete che fra un minuto sarà in testa.

A questo punto, ecco che l’addetto al telefono ha un’altra comunicazione da fare.

Sapendo che tutti sono eccitati, vuole dimostrarsi comprensivo; inoltre possiede non soltanto un cuore generoso, ma anche robustissimi polmoni e, per evitare che inverosimili storielle nascano e muoiano nel clima ansioso che lo circonda, tuona con voce stentorea:

– A tre quarti: Stock Market, un’incollatura! Fiddler, mezza lunghezza. Dark Mist, cinque lunghezze.

Poi dichiara con l’aria di scusarsi: – Cute Face è quarta.

– Avanti, Miss Universo! – mormora Willie fuor di sé. – Si- dico a me stesso – Vieni avanti, Miss Universo! Vieni avanti, tesoro, te ne prego. Su te ho puntato tutto il danaro che mi era rimasto, ed ho un appetito formidabile. È una preghiera, lo ammetto. Tutti quelli che scommettono alle corse sono religiosi. Dopo una pausa altamente drammatica, l’addetto al telefono urla: – Ecco l’ordine di arrivo: «Numero 5, Fiddler, primo per un’incollatura. Secondo è Stock Market a tre lunghezze, Dark Mist è terzo.

Ed ecco che vi ho raccontato una storia.

Una vera storia, senza aggiungere e senza togliere nulla, come si fa per la migliore maionese.

Ma aspettate un momento: che sta succedendo? Un uomo si fa strada tra la folla.

È un irlandese, basso di statura e grida:

– Non l’avevo detto, forse? Fiddler! Fiddler! Avete veduto? Lo sapevo sin da ieri! –

In mano stringe un cartoncino su cui è scritto il nome del vincitore.

È San José Red, come già avete indovinato di certo.

Willie si sente male per la delusione. Esausto, si lascia cadere su una sedia.

– Perdonatemi! – dice. Del resto, suo padre non valeva nulla.

– Non importa, – gli rispondo.

Adesso sto camminando di nuovo nella Terza Strada con le tasche vuote e dico a me stesso:

– Ho ancora mezza forma di pane d’orzo, due etti di caffè, un pezzetto di formaggio e cinque sigarette. Miss Universo, che bel nome! Con una fetta di pane due volte il giorno e una tazza di caffè al mattino … beh, credo proprio di farcela!