La libertà del fantino - 23 marzo 2015

Il fantino è libero, pertanto capace di fare le cose o bene o male.

Subisce numerosi e a volte decisivi condizionamenti: per cominciare, lo stesso cavallo che monta, le cui capacità non dipendono da lui, né tanto meno la condizione atletica che l’allenatore è riuscito a dargli; non è nemmeno sua facoltà determinare la distanza sulla quale si gareggia, né lo stato della pista, che può essere asciutta o fangosa a seconda della casualità meteorologica; naturalmente, non può scegliersi in nessun modo il resto dei partecipanti, eliminando i più pericolosi: corre solo chi è capace, e sempre chi lo vuole.

Dall’inizio alla fine, la corsa è piena di eventualità incontrollabili. Le gabbie di partenza, per esempio, che toccano a sorte. O l’andatura che seguiranno i concorrenti, viva e senza respiro fin dall’inizio, oppure falsamente lenta, tutta raccolta in se stessa in attesa di un finale fulminante: cosa dovrà fare, il nostro libero fantino, risparmiarsi  per gli ultimi metri o impegnarsi subito con brio al fine di estenuare quelli che vogliono seguire il suo ritmo?

Gli incidenti di percorso non sono meno aleatori:  è probabile che si ritrovi chiuso all’interno del gruppo, ostacolato nell’attacco da  cavalli già sfiniti. Quell’audace  che fugge a varie lunghezze in avanti con un galoppo vivacissimo, è una semplice “lepre” che aiuta con il suo sacrificio qualcun altro e che subito cederà, o è il più pericoloso degli avversari? Deve attaccare ora o aspettare ancora un po’, con il rischio di arrivare tardi?

Insomma, povero fantino libero: quante circostanze gli sfuggono dalle dita e lo compromettono.

Tuttavia, nonostante tutto questo disordine di imprevisti di cui è così cosciente chi veramente sa vedere una corsa di cavalli, non c’è dubbio che le cose si possono fare o bene o male; in modo sbagliato o giusto: cioè in libertà.

E per ciò che concerne il buon uso della libertà, poco importa che la corsa si vinca o si perda: a volte chi è più bravo a montare arriva terzo con un modesto cavallo cui le circostanze riservavano l’ultimo posto …A proposito di bravi, chi è considerato bravo non è chi vince sempre, pretesa assurda (teologica) né chi crede di avere diritto di giustificare tutte le sue sconfitte con le circostanze, nemmeno quello che non vuole correre finché le circostanze siano favorevoli o ugualmente favorevoli per tutti, due modi per smobilitare l’impossibile.

Bravo, realmente bravo, è chi non suole perdere con il cavallo che deve vincere, perché non è solito  montare  come uno che perderà. L’ha detto – più o  meno in questo modo – uno dei grandi maestri della morale ippica dei nostri giorni, Lester Piggott.

Da ‘Il gioco dei cavalli’ di Fernando Savater,  Equitare edizioni

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