Eohippus - 14 luglio 2017

Riproponiamo un brano tratto da “Il Corrierino degli Eoippici -considerazioni in libertà sull’ippica dei purosangue”, a cura del Clubino degli Eoippici 

Eohippus

Mi sono imbattuto su Cavallo 2000 in una piacevole e dotta descrizione dell’animale preistorico dal quale abbiamo tratto il  nostro appellativo di Eoippici. La si deve alla dottoressa Marialuisa Galli che ringrazio sentitamente per aver ampliato una conoscenza iniziata visitando il Museo di Storia Naturale, sezione Paleontologia, dell’Università di Firenze. La riporto integralmente.

“Era grande poco più di una volpe e, chissà perché, mi viene da immaginarlo con il mantello dello stesso colore. Era dotato di quattro dita agli arti anteriori e di tre ai posteriori e se ne andava girando, circa sessanta milioni di anni fa, per le pianure del Nord America. Il suo nome ufficiale è Eohippus e noi umani non abbiamo avuto mai il piacere di incontrarlo se non nella sua forma fossile.

Quelli che invece abbiamo avuto modo di conoscere “personalmente” sono i suoi diretti discendenti e tra essi uno in modo particolare: il cavallo.

Ma il passaggio tra i due è stato, come sempre avviene nella storia dell’evoluzione, lungo e contorto. Insomma madre natura procede per tentativi ed errori.

Il risultato finale però è stato senza dubbio eccellente. Nel corso di milioni di anni il terzo dito si è trasformato e fondendosi con gli altri ha dato vita ad uno zoccolo. Era nato il prototipo del solipede che ancora oggi noi conosciamo. Ma non è tutto.

Il metacarpo per gli arti anteriori e il metatarso per quelli posteriori si sono rinforzati e allungati fino a formare lo stinco, conferendo alla specie una delle principali caratteristiche che la contraddistingue: essere un corridore.

Questa evoluzione della struttura morfologica andò di pari passo con una trasformazione della mascella caratterizzata dalla progressiva atrofia dei canini e dalla formazione di uno spazio vuoto (le barre) tra questi e i premolari. Et voilà…il nostro equino era pronto per affrontare quella sua lunga avventura nel mondo, della quale ad un certo punto anche noi umani abbiamo fatto parte.

Tutto questo però non è avvenuto senza lasciare, lungo la strada dell’evoluzione, una notevole serie di tentativi interrotti. Tra tutte una curiosità: l’evoluzione dell’Equus Caballus avvenne – udite udite – nel Nord America.

Fu durante il periodo dell’ultima glaciazione, poco prima che gli istmi fossero definitivamente sommersi, che l’intraprendente quadrupede si spostò in Europa, in Asia e in Africa ove prosperò alla grande. In America, invece finirà estinto. Ci tornerà moltissimi millenni più tardi, intorno al XVI secolo della nostra era sulle navi dei conquistatori spagnoli… Ma questa è un’altra storia.”